La ragazza sul treno: LA GENTILEZZA DEGLI ALTI

Andata
Sono, da sempre, stata alta. E rimarrò alta ancora per un po’. La mia statura mi ha sempre comportato un po’ di disagio, sin dalla più tenera età e il disagio è cresciuto con me nel tempo, ed è diventato alto anche lui.
Al cinema mi preoccupo per le persone sedute dietro a me e mi accuccio il più possibile nel sedile; quando sto in gruppo, la mia postura rimane un po’ incurvata perché tento di adeguarmi ad un’altezza media.
Per non parlare del treno. I sedili del treno non credo che siano stati progettati per persone più alte di 1,70m e noi alti stiamo rannicchiati su noi stessi per tentare di sedere in comodità, senza disturbare i vicini di posto.

Oggi come tutte le mattine, mi sono seduta sul mio posto preferito, ho tentato di rimpicciolirmi il più possibile e mi sono addormentata.  Al mio risveglio davanti a me c’era un ragazzo altissimo incastrato tra il mio e il suo sedile, che dormiva anche lui.
Io inavvertitamente avevo allungato le gambe e ci eravamo incastrati educatamente senza toccarci, uno verso il sedile dell’altra.
Ho provato una sorta di tenerezza, perché abbiamo trovato la nostra comodità, e d’istinto mi sono spostata per non disturbarlo, cosa che ha fatto anche lui appena sveglio, perché in realtà noi alti, siamo mossi da quella gentilezza timida di chi ha paura di dare fastidio.

La ragazza sul treno: DALLA PARTE DEL TRENO

Andata e Ritorno.

Sento dire tante volte “se queste pareti potessero parlare”, e io mi immagino “se questo treno potesse parlare” chissà cosa direbbe.
Quanto peso nasconde, quanti pensieri custodisce, quante emozioni chiude in sé stesso senza mai rompere o tradire il silenzio.
Nella sua indifferenza metallica il treno diventa amico, confidente e spalla su cui piangere, in ugual misura senza distinzioni, è custode di persone, di sensazioni, di superficialità, di musica e di ignoranza.
Di bellezza quando una coppia si saluta dal finestrino, o una ragazza di soppiatto fa salire il suo cane sul sedile; di fastidio quando una vecchia rompipalle non smette di parlarmi malgrado la mia faccia distrutta e le cuffie nelle orecchie.
Il treno protegge telefonate sussurrate, trasporta la stanchezza della fine della giornata e i sonni stropicciati della mattina.
Quanto peso reale e mentale nasconde questo treno, quante speranze, quanti labirinti mentali, quanti timori: tutti chiusi lì, per sempre, dentro un silenzio di lamiere che sfreccia da una fermata all’altra.

La ragazza sul treno: LA SBADATAGGINE

Ritorno.

Una ragazza sta dolcemente salutando il suo ragazzo, è tutta sorridente e visibilmente contenta. Salendo sul treno si siede proprio davanti a me, mentre il ragazzo la raggiunge davanti al finestrino, si scambiano qualche parola e si capisce che c’è una grande intesa tra i due. Penso che lui sia veramente carino a restare lì, davanti al vetro a farle le facce buffe, è un po’ come se le tenesse compagnia o come se volesse trascorrere ancora un po’ di minuti con lei. Pochi minuti, quelli che mancano alla partenza del treno, d’un tratto però l’espressione della ragazza cambia, è sorpresa: si rende conto di non trovare più il suo biglietto. Cerca di qua, cerca di là, non lo trova.  Tasche, borsa, valigia: niente.
Anche lui dalla parte delle banchina inizia a cercare, ma sembra non esserci traccia del biglietto. Provo ad aiutarla ma non trovo niente. “Che testa!” esclama ridendo un po’ sé stessa mentre il treno parte. Le suggerisco di parlare col capotreno o col controllore per spiegare la situazione.
Pochi controllori sono clementi e già mi rattristo un po’ per questa ragazza.
È salita sul treno con un l’umore al settimo cielo e quasi sicuramente scenderà seccata e con multa annessa.
“Il controllore ha detto che mi farà pagare la multa più tardi. Però deve esserci, l’avevo lasciato proprio qui.” ritorna e indica il sedile.
Non so cosa mi ha spinto a guardare tra il sedile e il finestrino, ho spostato lo sguardo e il biglietto era proprio lì, nascosto come un bambino dispettoso.
Le ho indicato il biglietto e quei minuti si sono conclusi con un bel sospiro di sollievo.  “Poteva capitare solo ad una sbadata come me.” confessa rigirando il biglietto tra le mani e sorridendo.
Non ha mai smesso di sorridere.
“Quella è la sbadataggine dell’amore.” volevo rispondere, ma ho taciuto sorridendo anche io.

La ragazza sul treno: L’APPARENZA INGANNA

Ritorno.

C’è un ragazzo che fa il viaggio di ritorno con me quasi sempre.
È un ragazzo alto e dalle mani forti, è rasato,  e ha una enorme cicatrice che gli corre dalla fronte alla guancia destra, anche per questo particolare, ha l’aspetto duro: supertatuato, un po’ coatto, parla con un fortissimo accento ternano troncando quasi tutti i verbi.
Veste sempre un’espressione scura e lo sguardo serio.
Discute spesso con i controllori, malgrado abbia l’abbonamento: sembra che gli piaccia attaccare briga, ma non ha tutti i torti considerando il servizio scadente di Trenitalia.
È una presenza agitata, vivace e mi rendo conto che è una persona che può intimidire, ma viene tradito dagli occhi, che sono buoni.
Lo considero ormai un compagno di viaggio, ogni tanto parliamo, tutte le volte che incrociamo gli sguardi, ci salutiamo con un sorriso.
La cosa che mi stupisce è che malgrado la sua apparente durezza e il timore che può incutere, ogni volta che parla al telefono con la moglie la chiama “Amoremio”, così tutto attaccato, come fosse il vero nome, e si scioglie in una dolcezza assoluta.

La ragazza sul treno: SORRIDERE

Ritorno.

Siedo davanti ad una ragazza, più giovane di me, che stenta a tenere gli occhi aperti e la testa dritta, dopo aver fatto un po’ di resistenza a se stessa si addormenta.
La osservo perché è curiosa l’espressione che assume.
Piano piano, mentre il sonno si fa sempre più profondo la sua bocca si apre in un sorriso.
Un sorriso vero, non una smorfia che sembra un sorriso: uno sincero e autentico e sereno, proprio come devono essere i sorrisi.
E un po’ viene da sorridere anche a me.
Mi chiedo se anche io, da inguaribile inquieta, prima o poi vivrò la sensazione di addormentarmi e sorridere, come fosse l’azione più naturale da fare mentre si dorme.

La ragazza sul treno: LETTERA PER TRENITALIA

Cara Trenitalia,
questa lettera non è un richiamo, non è una lamentela, è un tentativo di dialogo da parte di una comunissima pendolare.
Noi pendolari saliamo tutti i giorni sul treno tentando di rientrare nei tempi giusti per entrare in orario a lavoro e anche per ritagliarci quel nostro tempo libero che ci aiuta a goderci la vita. Tentiamo di incastrare tutti gli impegni stando alle tue condizioni. E non sempre abbiamo successo.
Siamo spettatori di disagi paradossali che dipendono prettamente da te.
Le situazioni di maggiore disagio comprendono i “puntuali” ritardi sulla linea, come immagino succeda su tutte le linee regionali.

Per farti capire, ti faccio una semplice lista di quanti minuti perdo all’incirca in una settimana lavorativa.

Andata: 50 minuti persi a settimana.
10 minuti al giorno circa su una tratta da 110 minuti circa.

Ritorno: 100 minuti persi a settimana.
20 minuti al giorno circa su una tratta di 90 minuti circa.

Totalmente in una settimana lavorativa sono 150 minuti complessivi di ritardo A/R.
Al mese sono circa 600 minuti complessivi di ritardo.
Stando alla statistica, al mese è come se stessi 10 ore circa bloccata sul treno a causa dei ritardi.

10 ore che potrei impiegare benissimo in altro modo, se arrivassi in orario.
Ho incontrato genitori che non riescono a godersi il tempo con i loro figli e viceversa e non ci riescono.
Ho incontrato mariti e mogli che fanno di tutto per arrivare a casa in tempo per trascorrere un po’ di tempo di qualità con la persona che amano e non ci riescono.
Ho incontrato studenti fare i salti mortali per arrivare in tempo in facoltà per sostenere un esame.

Tutto questo comporta un malcontento generale difficile da lavare via.
È una sensazione ciclica di rabbia, rassegnazione, inquietudine e “fretta” che infesta le giornate.
Già abbiamo abbastanza problemi perché aggiungerne di nuovi?

Mio padre mi ha insegnato una cosa fondamentale:
“il mio tempo è uguale al tuo” il che significa che il tempo è prezioso e che soprattutto ha lo stesso peso per tutti, e tu, purtroppo, lo perdi.

Ritengo che sia giunto il momento di prendere coscienza di questo e di fare qualcosa di concreto, oltre agli scioperi.

In fede,

C.