3 semplici regole da rispettare verso una gestante e una puerpera

Non ho intenzione di fare la paladina delle buone maniere, anche perché non mi ritengo una persona straordinariamente educata, ma avrei 3 + 3 semplici regole da suggerire per chi si trova in prossimità di una gestante e una puerpera, anche perché la questione mi ha riguardato e sta riguardando in prima persona e ritengo che le persone abbiano la capacità di diventare estremamente inopportune in momenti così belli, ma anche così delicati.

Partiamo da
3 semplici regole da rispettare verso una gestante:

1- NON TOCCARE LA PANCIA, senza il permesso
Non capisco cosa ci sia di così magnetico nel toccare la pancia ad una persona.
In qualsiasi situazione è corretto e socialmente apprezzabile rispettare una prossemica civile che mantenga una precisa distanza fisica tra un soggetto e l’altro, invece chi si trova davanti ad una donna incinta dimentica completamente questa regola di buona civiltà e allunga le mani senza chiedere il minimo permesso.
Sappiate che alla donna incinta (almeno alla maggior parte) non fa piacere, anzi, dà proprio fastidio, perché si pone la donna in una situazione di disagio. La gravidanza è un momento tanto emozionante quanto delicato, di cambiamento mentale e fisico e intromettersi in quel momento è una violazione imperdonabile.
Ogni volta che qualcuno mi ha toccato la pancia senza un minimo di preavviso ho reagito con educazione, abbozzando un sorriso stirato, ma nella mia testa, nella mia immaginazione c’eravamo io, una mannaia e la persona davanti a me con la mano mozzata.
Quindi vi chiedo il favore umano di non allungare le mani su nessuna pancia, a meno che prima non chiediate il permesso, perché nel momento in cui si chiede permesso, si dimostra anche rispetto per la persona che si ha davanti e rispetto per la situazione che sta vivendo.

2- NON RACCONTARE ANEDDOTI O ESPERIENZE PERSONALI NEGATIVE O TERRIFICANTI
Una donna incinta, considerando anche la mole di ormoni che ha in circolo è particolarmente suscettibile e sensibile quindi dilungarsi su racconti di gravidanze o parti orrorifici non è consigliabile, in special modo se la donna è primipara. E oltretutto è possibile pure che non gliene freghi veramente un cazzo di come vi hanno fatto l’episiotomia o di come vi abbiamo ricucito, o di come non si riconoscerà il proprio corpo dopo il parto, o altre esperienze purtroppo tragiche.
Se avete proprio questa irrefrenabile volontà di raccontare aneddoti personali splatter, drammatici o negativi, raccontateli a chi è già madre, a chi quel vostro momento può comprenderlo al 100% e che può offrirvi anche un giudizio distaccato, o semplicemente ad uno psicologo, evitate invece a chi è in gravidanza (o alla prima gravidanza) perché la donna davanti a voi in quel momento si impressionerà e le informazioni strettamente personali che le avete fornito le rimarranno in testa in maniera latente tutto il giorno, fino a manifestarsi di notte e toglierle il sonno per diverse notti. Sappiate che le state gentilmente offrendo un momento di agitazione non richiesto e completamente inutile per lei e per voi e vi garantisco che è di gran lunga meglio e più accettabile raccontare esperienze positive e divertenti, anche per alleggerire paure e timori.

3- NON TRATTARE LA DONNA INCINTA COME UN’INVALIDA
Il mio ginecologo ad una delle prime visite mi disse: “La gravidanza non è una malattia.”
Ovviamente ogni donna ha una gestazione diversa, chi più complicata chi meno complicata, chi più serena, chi più ansiosa, dipende dal fisico, dalla persona e dalle contingenze, dalla situazione medica, ma è necessario sempre ricordare di trattare una donna incinta con rispetto e nel pieno delle sue capacità cognitive, fisiche ed emotive.
Quindi: sì, rispettare tutte le buone maniere nei confronti di una donna incinta: cederle un posto a sedere, darle la precedenza, farle gli auguri, non toccarle la pancia, ma trattarla come si tratta una persona normale, senza ansie e cure eccessive che possano metterla in imbarazzo, ed evitare di utilizzare la scusa della gravidanza per farla sentire a disagio. Sono piccole accortezze che la gestante apprezzerà.

Continuiamo con
3 semplici regole da rispettare verso una puerpera:

1 – NON TOCCARE L’INFANTE, senza il permesso
Esattamente come con la pancia e in maniera ancora più prepotente la puerpera si sentirà una leonessa che deve difendere il suo cucciolo.
Se incontrate una donna con una carrozzina, un passeggino, o che semplicemente porta un bambino in braccio, non avvicinatevi talmente tanto da alitare sopra il bambino o la bambina, non iniziate ad allungare le mani sulle manine, il viso, le gambe etc dell’infante, perché:
a) alla madre non farà piacere b) non sarete mai abbastanza puliti (a meno che non vi siete lavati le mani in quel momento) da poter toccare un esserino così indifeso c) non farà piacere nemmeno al bambino o alla bambina.
Abbiate buon senso e pensate se succedesse a voi, se qualche estraneo si avvicinasse e di punto in bianco vi mettesse le mani addosso, come reagireste? A me darebbe veramente tanto fastidio.

2- NON FARE DOMANDE (o peggio sentenziare) SULL’ALLATTAMENTO
L’allattamento, naturale o artificiale che sia, è un argomento abbastanza delicato per qualsiasi madre, a meno che non siate un’esperta, un’ostetrica, un medico, una compagna di corso preparto, alla puerpera non gliene frega niente della vostra opinione, dei vostri consigli e soprattutto non le va proprio di rispondere a domande su seni doloranti, quantità di latte e fame del bambino o della bambina, anche perché domande del genere sono solo fonte di apprensione. Mi sono resa conto che ognuno, anche se non è interpellato, vuole snocciolare la propria esperienza, soprattutto quando si trova davanti ad una neomamma alle prime armi, ma vi chiedo di avere pazienza e di lasciare fare la sua esperienza alla puerpera. Ogni donna è diversa e ogni esperienza è diversa e unica nel suo genere, lasciate alle puerpere le loro unicità.

3- USARE GENTILEZZA
La donna durante la gravidanza, il parto e il post-parto attraversa un periodo davvero potente, un momento prima si sente di avere la forza di mille leoni e di poter superare qualsiasi ostacolo e un momento dopo si sente fragile come una foglia secca, capace di sgretolarsi con un soffio.
Usate la più delicata e sensibile forma di gentilezza che conoscete, perché ne ha bisogno, la donna ha bisogno di supporto, di dolcezza e di comprensione.
In teoria TUTTI ne abbiamo bisogno.

Facciamo che l’ultima regola è riferita a tutta l’umanità, non soltanto gestanti e puerpere.

 

Un po’ si muore e un po’ si vive

Sono convinta che i traguardi della vita siano un susseguirsi di piccole morti e piccole nascite che aprono tantissime prospettive di benessere, basta cogliere l’opportunità giusta.
Mi sorprendo di come anno dopo anno mi percepisca rinata, e questo periodo in particolare per me rappresenta una specie di “festività” tutta personale.
Quattro anni fa attraversavo un periodo emotivamente doloroso, ma quel dolore mi ha aperto l’orizzonte e gli occhi, mi ha regalato una prospettiva di vita completamente diversa da quella a cui aspiravo, una vita migliore, più felice e soprattutto più serena e mi sono riappropriata di me stessa. Rabbia, tristezza, dolore e umiliazione di quel tempo ancora, a volte, mi riempono gli occhi di lacrime, ma col tempo ho imparato ad apprezzare il buono e a lasciare andare le negatività conquistando una sana, sincera e preziosa felicità, che voglio rinnovare ogni giorno, alimentando questo nuovo stato d’animo che è la serenità, la consapevolezza che il buio sebbene scuro e spaventoso non inghiotte mai completamente.
Quattro anni fa pensavo di essere morta, ma in realtà ero solo persa e ciò che è morto non sono io, ma la mia parte avvelenata, lasciando spazio a me stessa, quella reale, quella che ogni giorno mi fa percepire che c’è un valore che alberga in me, devo solo trovare un modo adatto per riuscire ad esprimerlo.

Anche nei momenti del cazzo…

Anche nei momenti del cazzo esistono spiragli di serenità. Minuti leggeri, che ti sfiorano il cuore e l’anima, che ti fanno vibrare l’entusiasmo che nascondi nelle vene.

Un saluto, un messaggio, un abbraccio, un sorriso. Qualsiasi cosa che può sollevare, come una sorpresa, dalla quotidianità, dalla realtà irreversibile, costante e continua. Esistono momenti del cazzo che possono essere infranti, rimpiccioliti, accartocciati e gettati per così poco eppure così tanto, e io, che voglio sbarazzarmene il più possibile, faccio tesoro dell’entusiasmo d un saluto, un messaggio, un abbraccio, un sorriso, mentre il resto continua a scorrere in questo caldo, uggioso, infinito venerdì di agosto.

IL FALLIMENTO UMANO

Questo manifesto fa schifo e mi fa schifo, ma il problema principale è che questo manifesto è stato affisso e quindi “approvato”, il che significa che la questione è molto più profonda e malata di quanto possiamo immaginare.
Lavorando in una agenzia di comunicazione so perfettamente i passaggi che si affrontano durante la costruzione di un manifesto.
Per chi non lo sapesse quando si creano le campagne pubblicitarie ci sono: un cliente, un project manager, un account, un copy-writer, un graphic designer e possibilmente del buon senso che colleghi tutto.
Buon senso cioè quella “spinta” che ci permette di formulare un ragionamento affine alla dignità umana.

Se una merda del genere viene approvata significa che l’ignoranza italiana, la disinformazione e la volontà di distorcere e strumentalizzare l’informazione hanno preso il sopravvento.
Significa che il fallimento umano è già iniziato nel nostro paese.

Una campagna di “sensibilizzazione” (come cita nell’angolo in basso a destra) costruita in questo modo dimostra soltanto quanto siamo lontani dall’aver compreso la gravità degli argomenti che nomina.

Non si tratta soltanto di dignità, ma di completo distacco dalle conseguenze che può provocare.
La vergogna che provo in questo momento è infinita, sia come donna che come essere umano, ma oltre alla vergogna provo anche una forte volontà di rivalsa, di battermi.

Battermi ancora più intensamente per i diritti delle donne di scelta a proposito dell’aborto.

Battermi ancora più intensamente affinché si riesca a prevenire il femminicidio, con le dovute sicurezze legali.

E soprattutto battermi affinché questi due atti non vengano confusi, mischiati e soprattutto strumentalizzati in maniera animale.

La ragazza sul treno: LETTERA PER TRENITALIA

Cara Trenitalia,
questa lettera non è un richiamo, non è una lamentela, è un tentativo di dialogo da parte di una comunissima pendolare.
Noi pendolari saliamo tutti i giorni sul treno tentando di rientrare nei tempi giusti per entrare in orario a lavoro e anche per ritagliarci quel nostro tempo libero che ci aiuta a goderci la vita. Tentiamo di incastrare tutti gli impegni stando alle tue condizioni. E non sempre abbiamo successo.
Siamo spettatori di disagi paradossali che dipendono prettamente da te.
Le situazioni di maggiore disagio comprendono i “puntuali” ritardi sulla linea, come immagino succeda su tutte le linee regionali.

Per farti capire, ti faccio una semplice lista di quanti minuti perdo all’incirca in una settimana lavorativa.

Andata: 50 minuti persi a settimana.
10 minuti al giorno circa su una tratta da 110 minuti circa.

Ritorno: 100 minuti persi a settimana.
20 minuti al giorno circa su una tratta di 90 minuti circa.

Totalmente in una settimana lavorativa sono 150 minuti complessivi di ritardo A/R.
Al mese sono circa 600 minuti complessivi di ritardo.
Stando alla statistica, al mese è come se stessi 10 ore circa bloccata sul treno a causa dei ritardi.

10 ore che potrei impiegare benissimo in altro modo, se arrivassi in orario.
Ho incontrato genitori che non riescono a godersi il tempo con i loro figli e viceversa e non ci riescono.
Ho incontrato mariti e mogli che fanno di tutto per arrivare a casa in tempo per trascorrere un po’ di tempo di qualità con la persona che amano e non ci riescono.
Ho incontrato studenti fare i salti mortali per arrivare in tempo in facoltà per sostenere un esame.

Tutto questo comporta un malcontento generale difficile da lavare via.
È una sensazione ciclica di rabbia, rassegnazione, inquietudine e “fretta” che infesta le giornate.
Già abbiamo abbastanza problemi perché aggiungerne di nuovi?

Mio padre mi ha insegnato una cosa fondamentale:
“il mio tempo è uguale al tuo” il che significa che il tempo è prezioso e che soprattutto ha lo stesso peso per tutti, e tu, purtroppo, lo perdi.

Ritengo che sia giunto il momento di prendere coscienza di questo e di fare qualcosa di concreto, oltre agli scioperi.

In fede,

C.