J

Oggi è un altro dei miei primi giorni.

Oggi non è un giorno comune, oggi è il 20 novembre e per me questa data, da un po’ di tempo, rappresenta un giorno speciale: non è più un giorno freddo, non è più un giorno grigio di un mese in equilibrio, è un giorno che si tinge di blu, con occhi che si accendono e mani dolcissime.
Oggi non è un giorno qualunque, anche se le nostre giornate insieme non sono mai giorni qualunque, ma, lasciami dire, che l’intera giornata guadagna più valore, cresce di intensità, e quella gioia che porta il tuo nome e che mi scalda il cuore, oggi è così forte che mi sento esplodere.
E tu, come stai?  Quante cose sono cambiate in questo anno. Te lo saresti mai immaginato?
Oggi non è un giorno qualunque perché è il compleanno del ragazzo col quale il tempo perde significato, della persona incredibile che rappresenta il meglio di me, del pensiero con cui ogni giorno mi sveglio e ogni notte mi addormento.
Oggi è il compleanno dell’uomo che rende speciale il mio tempo con la semplicità di una carezza, che mi aiuta a guarire dalle mie insicurezze e mi ricompone se cado in mille pezzi, è il compleanno dell’uomo che mi sta cambiando la vita in una felicità inarrestabile.
Oggi è il compleanno di J a cui non ho per niente intenzione di chiedere indietro il mio cuore.

Buoni 32, Amore mio!

Brangelina, l’amore e il mare – By the Sea

Terza regia per Angelina Jolie.
Anni ’70. Sposati da 14 anni, Vanessa (Angelina Jolie), ballerina decaduta, con una sofferenza, e Roland (Brad Pitt), scrittore alcolizzato, viaggiando per le coste della Francia, arrivano davanti ad un mare meraviglioso, per tentare di sciogliere il blocco artistico di lui.
La coppia, nel mutismo e nel distacco reciproci mette in evidenza immediatamente la propria crisi: lui passa la maggior parte delle giornate a bere nel bistrot sotto l’albergo e a chiacchierare d’amore con Michel (il proprietario del bistrot), mentre lei, dietro enormi occhiali da sole e cappelli a falde larghe si chiude nella camera d’albergo, in una prigionia autoinflitta.
Nella camera adiacente arrivano due neosposi e le due coppie dovranno inevitabilmente confrontarsi, soprattutto quando Vanessa scopre un foro nel muro che permette a lei e al marito di spiare i due giovani.

By the Sea è un film che parla d’amore e di matrimonio, specificando che l’uno non è sinonimo dell’altro.
By the Sea
 è la storia di una donna, superficiale, che custodisce e nutre un dolore, senza lasciarlo andare. È la storia di un uomo, che, anche se messo a durissima prova, non rinuncia al suo profondo sentimento verso la moglie. È la storia di una coppia che malgrado le intime fragilità, riesce a trovare una soluzione.
È una favola per adulti, dura e delicata, violenta e dolce che denuncia in un altro tempo la precarietà del rapporto matrimoniale e offre una speranza.
Quando l’amore non basta, in By the Sea basta proprio l’amore a colmare i vuoti assoluti.
Il filo rosso della narrazione dunque è  l’amore, in tutte le sue stagioni: la coppia matura e distaccata di Vanessa e Roland, la neocoppia spensierata e carnale di Lea (Melanie Laurent) e François (Melvin Poupad), la coppia “unica” di Michel (Niels Arestrup) e sua moglie, defunta, il ricordo di un amore vissuto.
Le tre coppie necessariamente si incontrano e scontrano e si confrontano e si alimentano.
Fulcro principale ovviamente è la storia di Vanessa e Roland, i quali, sfiorando forse volutamente la banalità (quale matrimonio non è banale?), descrivono una lotta romantica, dove il ruolo dell’eroe è attribuito al marito e il ruolo dell’antagonista alla moglie.
Le due coppie parallele fanno da spalla ai vertici della storia principale: Michel con il ricordo dell’amore per sua moglie, appoggia Roland nella ricerca della propria musa, mentre Lea e François sono le pedine con cui gioca Vanessa finché non inserisce anche il marito nel suo gioco morboso, ma Roland, con una profonda cognizione vince la partita, stanando la strategia malata della moglie.
La fragilità femminile che nel suo dolore e nella sua instabilità viene spinta al muro e spogliata dalla consapevolezza e dalla comprensione maschile.
Roland inizialmente asseconda Vanessa e successivamente, capendo le sue intenzioni, la protegge, anche e soprattutto da sé stessa.
Siamo di fronte ad una donna gracile sia di aspetto che di spirito, che finge una forza che non ha, e un uomo disperato ma fermo, che inizialmente fugge la presenza della moglie per poi ricercarla minuziosamente e renderla consapevole del suo amore.
Siamo di fronte ad una sfida finita in pareggio, dove entrambi i protagonisti né vincitori né sconfitti, si studiano, si provocano e in fine si conoscono, nuovamente. Si riscoprono.
Angelina dirige sé stessa e suo marito, Brad, in una coppia ideale-non ideale, fatta di problematiche complesse e provocazioni emotive, al margine della violenza psicologica.
Secondo me, il film (giudicato mediocre dalla critica) malgrado i tempi allungati e i silenzi eccessivi, è una prova d’audacia inversa al sistema hollywoodiano.
Il film trovando una struttura più ricercata tenta di entrare goffamente nel cinema d’essay.
Angelina Jolie e Brad Pitt, emblemi assoluti di Hollywood si contrappongono ad esso, con un film indipendente, scavando forse troppo sterilmente nei personaggi, ma almeno dimostrando il tentativo di scavare nell’anima, con la volontà di andare oltre una banalità da botteghino e di scovare le fragilità della vita reale.
Angelina sfida il grande schermo mettendo a nudo forse più di una realtà recitata: mette a nudo sé stessa e attraverso una dimensione completamente quotidiana ci offre la realtà dura e cruda, con un lieto fine.
By the Sea è un film delicato e coraggioso, colorato dai sentimenti più disparati; positivamente androcentrico, dove l’uomo fa l’uomo e riesce con grandi sforzi a scardinare una situazione immobile e drammatica.
By the Sea, a mio avviso, ha tutta l’aria di essere una timida ma intensa dichiarazione d’amore.

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Sorprendentemente

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Sorprendentemente riesco a ri-conoscermi, riesco a vedermi di nuovo.
Sorprendentemente a volte ho ancora bisogno di fermarmi, prendere qualche secondo e capire che io sono qui, ma non sono più io, o almeno quell’io che ero solita conoscere, non c’è più.
Sono nuova? Sono diversa?
O forse sono semplicemente rinata?
So che sono innamorata e questo mi dà ancora più consapevolezza del coraggio che pensavo di non avere.
È incredibile come un corpo riesca a riprendersi da ferite profonde, ed è ancora più incredibile come il tempo, che mesi fa vedevo come unico nemico, crudele e imbattibile, mi abbia salvato.
Mia madre mi aveva avvertito, “tutto passa” e io non le credevo, troppo testarda, troppo aggrappata a quell’illusione che ogni giorno si frantumava e io, come con un mucchietto di sabbia bagnata, cercavo di ricostruire.
In ginocchio, con i pugni serrati per tentare di conservare quel minimo di sabbia che avevo tra le dita. Essere troppo vicina alla riva e vedere il mio castello, il frutto di tutto il mio impegno venire costantemente indebolito e distrutto dalle onde, e io che ricominciavo, sporcandomi sempre di più, ferendomi sempre di più.
Finché il mare non ha inghiottito pure me e in mezzo a tutta quell’acqua è difficile trovare ogni granello di sabbia che avevo conservato.
Sorprendentemente ho aperto le mani, lasciando andare tutto.
Sorprendentemente quel castello, quel rifugio, che tentavo di costruire per 10 anni non lo vedo più, o meglio, lo vedo per quello che è stato: un errore, che ho voluto consapevolmente commettere, di cui mi pento solo in parte.
Sorprendentemente mi ritrovo a pensare che ho meno colpe di quanto mai abbia potuto immaginare, che probabilmente quel mucchietto di sabbia doveva restare lì, sparso ovunque, chissà dove, senza di me.
Sorprendentemente (ammetto con arroganza) mi ritrovo a pensare che non sono io ad aver perso quel mondo, ma è quel mondo che ha perso me.
Sorprendentemente lasciarlo lì, non mi fa più male.
Non averne più bisogno mi stupisce perché mai avrei creduto di farne a meno e invece, eccomi qui: io non ho più bisogno di lui e mai più ne avrò bisogno.
Sorprendentemente è già passato un anno e io, contro ogni mia aspettativa, sono riuscita a pulirmi da tutta quella sabbia che avevo addosso, sono tornata a riva e mi sto allontanando sempre di più, passo dopo passo, lasciandomi tutto alle spalle.
Sorprendentemente sto abbandonando quel rancore e quella rabbia che mi distruggevano. Mi godo, invece, ogni giorno, con intensità crescente, la Gioia che, ora, abbraccia ogni mio istante.
Il mio rifugio sono io.
La mia felicità non parte più da un castello di sabbia, ma da me e ora più che mai la voglio difendere, senza metterla mai più da parte.
Sorprendentemente, ma nemmeno troppo, scopro la mia resilienza.

E tu come lo chiami?

E tu come chiami questa scossa che mi fa respirare in un abbraccio forte e sicuro.
E tu come chiami questa gioia densa che si espande e che riesco quasi a toccare.
E tu come chiami questo calore che mantieni vivo in ogni istante.
E tu come chiami la percezione di te, anche quando non ci sei.
E tu come chiami la mia solitudine che si allontana.
E tu come chiami il mio dolore che si spegne, ad ogni tuo sguardo.
E tu come chiami questa libertà che ogni giorno mi dai in dono.
Io un nome ce l’avrei da dare a tutto questo, ed è il tuo.

C’era una volta…

Questa è una storia comune.
Non è la solita storia della principessa e del “vissero per sempre felici e contenti”.
Non è la solita solfa del cavaliere senza macchia e senza paura che salva la principessa indifesa.
È una storia banale, normale, disfunzionale, di una ragazza banale, normale, disfunzionale.
Questa storia non ha una morale, non ha una fine, ed effettivamente inizia così, a metà.
Immaginate semplicemente una ragazza, a cui, un giorno, di circa 365 giorni fa, strapparono via il cuore, buttandolo da qualche parte lontano.
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È molto semplice il dolore che ne scaturì.
La perdita dell’ingranaggio fondamentale può far perdere il lume e la ragazza, perduto il cuore, perse la ragione, l’amore e la dignità. Cadde a pezzi.

Si incamminò in una disperata ricerca del suo cuore, ormai creduto perso per sempre.

Davanti a sé vedeva una vita insensata e folle, senza cuore e in una cecità folle e insensata iniziò a vagare.
Si gettò in acque profonde e torbide, solcò terre aride e desertiche e in quel cammino così faticoso portò con sé Solitudine e Sofferenza, non vedeva nient’altro accanto a sé.
Nient’altro che lacrime e un vuoto terribile addosso, che ad ogni secondo la divorava da dentro.
Solo tenebra.
Nient’altro che buio, nient’altro che una costante scalata verso una luce lontanissima e debole.
Davanti a sé l’evidenza di una ferita così profonda e irrecuperabile, ma dietro di sé e intorno a sé, con sua grande sorpresa, lentamente scoprì una folla, pronta a sostenerla nei momenti di cedimento e un grillo parlante sulla spalla.
E i suoi occhi tornarono a vedere e la sua pelle a percepire.
Percepire la famiglia, ascoltare gli amici, incontrare persone nuove.
Lentamente, dalla polvere ricompose i suoi pezzi, si stava abituando all’assenza di cuore, ma la folla la incoraggiava a continuare, e cercare. La ricerca, non più disperata, si fece fame di emozioni. Il cuore non era affatto perso. Doveva solo continuare a cercare, attentamente.
Passarono i giorni. Le settimane. E imparò di nuovo a respirare, normalmente.
Quell’assenza si trasformò e divenne sempre più leggera.
Ritrovò nel suo riflesso se stessa, ma diversa e nuova, rigenerata.
Viva.

E un giorno, uno di dotunfolded-1816704quei giorni in cui non ti aspetti la meraviglia, un ragazzo dolcemente le indicò il cuore e lei sussultando si accorse che era proprio lì, dove era solito stare e lo sentì di nuovo battere.

 

 

 

Ma questo è solo l’inizio di un’altra storia.

Sospensione e discorsi casuali

Nuovo anno, nuovi propositi, bilanci, diete, palestre.
Ma chi stiamo prendendo in giro?!

Io mi sento ancora molto sospesa tra una condizione di vecchio e di nuovo, sarà che ancora il 2014 mi rimane attaccato addosso, sarà che è stato un anno di cambiamenti così devastanti che ancora sto con l’idea del vecchio.

E a proposito di vecchio, soltanto io ho l’impressione che il tempo sia veramente un bastardo supersonico?
Io tra un paio di mesi compirò un’età assurda. VENTOTTO anni. (senti quant’è brutto!)
28! (‘sto doppio zero in verticale, che ho sempre odiato)
E non mi sento una ventottenne; dentro di me ho, minimo, 10 anni di meno!

Non dico di essere vecchia, ma, cazzo, Albert Einstein a 26 anni visse il suo Annus Mirabilis.

Vabbè che Albert Einstein era Albert Einstein e quelli erano altri tempi, ma a livello utopistico penso che tutti nel loro piccolo possono “rivoluzionare in positivo” (passatemi il termine) il mondo e sé stessi, con il giusto impegno.

Il mio invece di mirabile non è niente, anzi è stato un annus miserabilis e ancora ne sento gli strascichi e soprattutto non ho una condizione di vita definita, in tutti i lati possibili e questo mi provoca non pochi scompensi mentali, lo devo ammettere.

Sarà che ho sempre avuto paura di volare e soffro di vertigini, quindi la sospensione non la tollero proprio, ma ora è così e a Roma direbbero con un’alzata di spalle “stacce”.
Ok, ci sto, ma a quale prezzo?!

Che mi si tolga una curiosità:
Soltanto io vedo i miei coetanei, noto quello che fanno, come parlano, le abitudini che hanno e mi sento estremamente inadeguata, impreparata e inadatta?
Soltanto io non mi sento in grado di fare certe scelte o di perseguire certe strade?
Solo io inciampo e cado e poi ho serie difficoltà a rialzarmi?

Morirò d’ansia, prima di compiere l’età nefasta, lo so.