Who am I? I’m a Sense8.

Ho atteso da dicembre a maggio contando i minuti che mi separavano dalla seconda stagione di un capolavoro generato dalla mente delle sorelle Wachowski: Sense8.
Ne ho parlato QUI alcuni mesi fa.
Ho dichiarato il mio amore incondizionato verso un prodotto televisivo complesso e con un senso molto più profondo rispetto al genere che narra.

Ma cosa o chi è un Sensate?
Un sensate è un individuo che ha la capacità di collegarsi fisicamente e sensibilmente con altre persone sensate.
Ogni sensate appartiene ad un gruppo (chiamato cluster), ma può anche interagire con altri sensate non appartenenti al suo cluster.
Quello che prova un sensate lo provano tutti i membri del cluster.
Tutte le sensazioni, emozioni, stati d’animo sono condivisi e supportati all’unisono.
Il sensate, secondo il progetto Wachowski, rappresenta una evoluzione della specie umana, che in potenza può rappresentare una minaccia per l’esistenza dell’homo sapiens, ma che realmente attraverso le capacità empatiche e di comprensione può solo aiutare a migliorare l’umanità.

Sense8, a prescindere dalla trama in sé, lancia un messaggio fondamentale: la sconfitta delle diversità e la comprensione del prossimo.
Sense8 denuncia che il comune denominatore della specie umana dovrebbe essere rappresentato dalla sensibilità e dalla comprensione di essere tutti uguali e che genere, razza, classe sociale non contano.
Le Wachowski mostrano gli orizzonti vitali e sociali che già sono costantemente davanti ai nostri occhi, ma che, purtroppo, dimentichiamo di ammirare.
Con sensibilità ed emozione ci mostrano l’angoscia della solitudine e la tristezza del dolore che possono essere sconfitti soltanto dall’abbraccio della comprensione e dall’empatia.
Sense8 usa il significato duale del termine umanità.
Umanità inteso come genere umano e come sentimento di fratellanza che nell’ultimo periodo storico stiamo man a mano trascurando.

Sono due i fondamentali filoni tematici della serie:
1) Il senso dell’amore incondizionato, familiare.
Sense8 si concentra sull’amore incondizionato, che ci spinge a dare il meglio alle persone a cui teniamo; alla famiglia che ci creiamo nel tempo.
Famiglia intesa come quella cerchia di persone, che non rappresenta soltanto i parenti ma anche gli amici: le persone che teniamo nel cuore.
L’unione importante che rappresenta quelle persone che ci conoscono che ci sono accanto a qualunque costo, che ci aiutano nella solitudine e che ci accettano per quello che siamo.
Quelle persone con cui possiamo piangere e ridere liberamente e che ci capiscono anche nel silenzio.
2) L’uguaglianza nella diversità.
L’uguaglianza nella diversità, lo so è un ossimoro, ma aiuta a capire quanto questo progetto tenti di abbattere i muri della diversità, che effettivamente non esiste.
Io non sono né più  né meno diversa rispetto a tutte le persone che mi circondano.
Le Wachowski ci spronano in maniera effettiva a metterci nei panni altrui, per capire esattamente cosa può percepire un’altra persona e se lo facessimo davvero scopriremmo che quella persona non prova altro che le nostre stesse emozioni e sensazioni.
Il messaggio è molto elementare e il concetto che ne viene fuori è molto semplice, ma purtroppo nel XXI secolo ancora crediamo agli stereotipi, alle convenzioni sociali e tralasciamo il senso di comunità, illudendoci che il nostro spazio di solitudine sia esclusivo, quando tutti siamo esclusivamente uguali.

Quindi tornando alla domanda, cosa o chi è un Sensate?
Noi, tutti, siamo sensate.
Dobbiamo soltanto aprire un po’ di più gli occhi e riuscire a metterci nei panni del prossimo, riuscire a far scattare quel minimo di comprensione che non ci pone al di sopra o al di sotto, ma che ci pone sullo stesso piano di chiunque e che ci offre una prospettiva più ampia, più generale e più generosa del mondo.

Vi lascio con la scena che più mi ha colpito e commosso ed emozionato:

Who am I?
Do you mean… Where I’m from?
What I one day might become? What I do? What I’ve done?
What I dream? What you see or… What I’ve seen?
What I fear?
Do you mean? Who I love? What I’ve lost?
Who am I?
I guess who I am is exactly the same as who you are.
Not better than. Not less than.
Because there is no one who has been or will ever be exactly the same as either you or me.

 

Sense8 e un’orgia di sensazioni 

Netflix ormai è diventata una dipendenza.
Andrò dagli ASN (Anonimi Spettatori di Netflix) a fare qualche seduta e poi ricadrò nel baratro, ma nel frattempo, malgrado l’assuefazione, sono abbastanza lucida da proporre una delle serie tv migliori del mio 2016.

In attesa dello speciale episodio di Natale, parliamone!

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TRAMA:
Dopo il misterioso suicidio di una donna, 8 persone di nazionalità diverse, che affrontano realtà apparentemente diverse, entrano in contatto sinaptico/empatico l’una con l’altra, formando un cluster di sensate
Whispers, personaggio malvagio e crudele, dà loro la caccia per sterminarli.
Per salvarsi, oltre ad accogliere l’aiuto di Jonas, un altro sensate piuttosto ambiguo, il cluster dovrà contare sulle sue eterogenee forze.

Descritta così, potrebbe trattarsi di una comunissima serie tv di fantascienza, con qualche sfumatura di paranormale, ma non è così ordinaria come sembra.

È una serie tv intrinsecamente filosofica, che attraverso un sistema di logica induttiva tenta di argomentare tesi che vanno dall’evoluzione genetica alla sofferenza della Solitudine, dall’empatia dell’Amicizia al tentativo di vivere la più grande incognita che ci troviamo davanti ogni giorno: l’Amore, in tutte le sue forme e dimensioni.

Il prodotto, non a caso, è targato Wachowski e quindi non perde occasione di:
– esaminare diverse prospettive di vita.
– interrogarsi sui massimi sistemi della realtà.
– offrire respiro alle percezioni sensoriali umane.

E tenta di amalgamare i tre punti precedenti analizzando l’emarginazione delle vite dei protagonisti, unendoli in un’orgia di sensazioni, non soltanto carnali, ma complete e universali.
Tutto ciò che percepisce un componente del cluster lo percepisce l’intero cluster.
Il senso opprimente di solitudine si esclude attraverso il senso di empatia e di “comunanza”.

La tristezza, la felicità, la passione, il sesso, la paura, la rabbia, il dolore; è tutto singolo ma plurale.
Tutto vissuto all’ennesima potenza perché compreso e completamente condiviso.

Il concetto di sensate è proprio il vissuto emotivo della quotidianità e la riscoperta dell’autenticità e della potenza delle emozioni.
Ed è esattamente qui che si fa potente la critica sociale delle Wachowski.
L’originalità dei sentimenti viene riscoperta in un mondo che si evolve soltanto a livello globale, tecnologico e digitale e lascia da parte l’essenza dell’esistenza, l’umanità.

Al di là dei fatti contingenti alla serie tv, siamo di fronte ad una precisa visione della realtà.
8 ragazzi che vivono la vita, affrontando le responsabilità, i dolori e le gioie, combattendo giorno per giorno la quotidianità di affrontare sé stessi, cercando l’accettazione, cercando l’equilibrio tra ciò che sono e come vengono percepiti.

E secondo questa logica tutti siamo sensate.
Tutti siamo alla costante ricerca dell’Accettazione, dell’Amore e dell’Empatia con i nostri simili, a prescindere da provenienza, genere, religione e condizioni sociali.

Le Wachowski tentano di spronare lo spettatore, esortandolo ad abbandonare le simulazioni di contatto umano delle piattaforme online e a rendere nuovamente reale e soprattutto tattile l’interazione, riscoprendo quanto è intenso vivere concretamente le emozioni.

Elementare, Sherlock Holmes.

Grazie a Netflix (sempre sia lodato) ho visto Sherlock, serie televisiva britannica, di gran spessore attoriale e filmico prodotta dalla BBC.

So perfettamente che è una serie tv datata 2010 e che quindi sono un po’ in ritardo, ma la mia affezione per il personaggio di Sir Arthur Conan Doyle mi ha fatto essere sempre molto scettica nell’approfondimento della visione.

Quando leggevo i romanzi ero fortemente affascinata da Sherlock Holmes, per diverse ragioni:
– perché come lui ho sempre pensato che i singoli dettagli facciano la differenza e che è necessario badare anche alle cose più sottili e impercettibili per comprendere concetti più generali.
– perché la singolarità della sua atarassia e la minuzia della sua metodicità per un’emotiva caotica come la sottoscritta, mi incuriosivano ferocemente.
– perché è inglese. E tutto ciò che è inglese ha una marcia in più. (secondo me)

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Con ciò sto tentando di giustificare la mia riluttanza alla visione della serie tv che, pensavo, mi avrebbe molto deluso e invece, nuovamente, ho dovuto ricredermi.

Sherlock è una serie tv composta da 3 stagioni da 3 episodi l’una, più un episodio “riassuntivo”; l’atipicità si riscontra nella durata degli episodi.
Ogni episodio dura circa 90 minuti. La durata dunque è raddoppiata rispetto ad un episodio “tradizionale” di qualsiasi serie tv, e fa sì che ci si trovi davanti un vero e proprio prodotto cinematografico di alto livello. La trama (che sostanzialmente è come quella di un vero e proprio il film) riesce sempre a mantenere alta l’attenzione dello spettatore e contemporaneamente a non banalizzare le vicende, disperdendosi.
Ogni episodio consiste in un’indagine a sé stante, ma di fondo è sempre presente una narrazione più generale che fa da filo rosso a tutte le stagioni e che include la vita di Sherlock Holmes, di John Watson e degli eventi machiavellici attuati da Jim Moriarty.
I personaggi sono estremamente attinenti a quelli di Arthur Conan Doyle.
L’unica differenza è l’epoca.  Ci troviamo in una Londra dei giorni nostri, non troppo differente a livello economico, tecnologico e sociale da quella vittoriana del vero Sherlock Holmes.
Durante la narrazione i personaggi evolvono e diventano sempre più caratteristici, dimostrando un’umanità e una passione disarmanti, anche lo stesso Sherlock.

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C’è da dire che una serie tv come Sherlock ha una lavorazione alle spalle estremamente specifica e dettagliata.
Generare un prodotto su un personaggio così conosciuto e apprezzato non soltanto dal popolo inglese, ma da tutto il mondo e renderlo coerente con la penna di Sir Conan Doyle ha posto la BBC in una posizione ambivalente di vantaggio/svantaggio, proprio per la portata delle aspettative che genera la narrazione e la caratterizzazione dei personaggi.
La BBC (Steven Moffat, in particolare), nel 2008, ha accettato la sfida, mettendosi alla prova e guadagnando, nel 2010, un enorme successo.
Non a caso la lavorazione di ogni serie è talmente lunga e accurata da impiegare circa 2 anni tra la preproduzione e la postproduzione, tutto ad indicare una cura non indifferente, che lancia un guanto di sfida alle grandi produzioni US e in questo l’algida bellezza britannica vince.
Nel 2012, infatti, anche la CBS ha tentato di intraprendere lo stesso viaggio con Elementary, senza grande successo.

La riuscita dell’intento di Steven Moffat è dovuta anche alle grandi capacità attoriali di tutte le persone coinvolte.
La scelta del cast di immenso spessore offre valore al prodotto e ad ogni dettaglio; e non mi riferisco soltanto a Benedict Cumberbatch (sempre sia lodato), ma anche a Martin Freeman e a tutti gli attori che calzano le vesti dei personaggi perfettamente e che vanno quindi ad incrementare il successo dell’opera.

Dunque, facendola breve, contro ogni mia aspettativa Sherlock è entusiasmante, divertente e ammaliante: da vedere assolutamente.

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